GIAMPIERO MALGIOGLIO, IL NUOVO SCHIFANO?

di Costanzo Costantini

Viene considerato da taluni il nuovo Schifano. Si chiama Giampiero Malgioglio. E’ nato a Roma, a Vigna Stelluti (Corso Francia), è cresciuto al Prenestino, dove la famiglia si era trasferita.

Disegna da quando aveva dodici anni, dipinge dalla adolescenza e dalla prima giovinezza; ora vive e lavora fra Roma e Terni.

Ma cosa è che autorizza galleristi e critici a parlare di lui come del nuovo Schifano, ossia del pittore di maggior talento apparso a Roma tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta e che ha rappresentato un esempio folgorante, nel bene e nel male, per molti degli aspiranti artisti emersi alla ribalta nei decenni successivi?

Quali elementi ha in comune con i tre dèmoni dostoevskiani -Schifano, Angeli, Festa- che irrompono sulla scena romana negli anni Sessanta decisi a rinnovare la pittura e a conquistare il mondo, in particolare con Schifano, il protagonista della ormai leggendaria Scuola di Piazza del Popolo, che annovera giovani di vario se non di pari talento, quali Kounellis, Ceroli, Fioroni, Mauri,Tacchi, Lombardo, Rotella, Mambor, negli anni in cui da Rosati e da Canova si incontrano Sartre, De Kooning, Tristan Tzara e Roma è una “festa mobile” come la Parigi degli anni Venti, la Parigi di Hemingway, di Scott Fitzgerald e degli artisti americani in cerca di successo?

Quando, nel I987, si spegne Renato Guttuso, “Il Messaggero” promuove fra i critici d’arte un,inchiesta su chi possa additarsi come l’erede del pittore siciliano. Parecchi di essi fanno il nome di Schifano, ma Schifano ha a che fare con l’autore della Vucciria molto di meno di quanto Giampiero Malgioglio abbia a che fare con Schifano.

Come Schifano, Giampiero Malgioglio è puro istinto, pura sensazione, pura emozione.

O pura energia, scalpitante forza della natura.

Come lui, niente scuole, né accademie, né lezioni da maestri o presunti tali.

La pittura, come sosteneva anche Burri, si impara facendola.

Schifano la faceva con la terra, il cemento, la iuta, le linee bianche sull’asfalto, le insegne pubblicitarie, le immagini catturate dal video, o col puro colore, monocromi, come Yves Klein, Giampiero Malgioglio la fa con gli oggetti che gli capitano sotto gli occhi, oggetti di uso comune, che trasforma conferendo loro una nuova esistenza, o li decontestualizza attribuendo loro un nuovo statuto, come aveva fatto Duchamp con il suo celebre orinatoio.

Non per caso Giampiero ha molto interesse per i newdadaisti o i nouveaux realistes, come Arman e Spoerri, che facevano quadri con materie di ogni sorta, persino con i resti di un pranzo.

Anche Giampiero Malgioglio, come Schifano, ama i futuristi, le immagini veloci, il movimento scattante, fulmineo, vertiginoso, come quello dei calciatori durante le partite o dei piloti di formula uno e dei campioni di moto durante le gare, da Cristiano Ronaldo a Rooney, da Schumacher a Fisichella, da Valentino a Simone Corsi. Tra i suoi artisti favoriti hanno un posto privilegiato quelli che si sono occupati anche di sport, come Schifano appunto, Guttuso, Vespignani, Emilio Greco, Titina Maselli, in particolare Attardi, che lo sport lo praticava attivamente nella palestra che s’era fatto allestire nel suo studio in Trastevere.

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Giampiero Malgioglio non è un figlio d’arte, come lo era, in qualche modo, Schifano, in quanto figlio d’un architetto-restauratore che lavorava nel Museo Etrusco di Valle Giulia. La sua è una famiglia di medici. Il padre è medico, specializzato in reumatologia e in medicina dello sport (è stato per dieci anni medico della Federazione Nazionale Italiana gioco del calcio, settore giovanile), la madre è medico, specializzata in microbiologia e batteriologia, la sorella è medico, specializzata in chirurgia estetica, altri parenti stretti sono medici, con l’eccezione di qualche avvocato. Era impensabile che in una famiglia siffatta potesse venir fuori un artista, ossia un un candidato alla fame, come veniva considerato fino a venti o trent’anni fa un giovane che si avviava alla pittura o alla scultura, prima che si affacciassero all’orizzonte i transavaguardisti, Cucchi, Chia, Clemente, Paladino, che sono diventati nel giro di breve tempo tutti ricchi e famosi, hanno studi fastosi, guardaroba da divi di Hollywood, quotazioni alla Jeff Koon se non alla Damien Hearst, all’estero pretendono suites in hotel a dieci stelle, snobbano i pittori o gli scultori poveri, si autoproclamano artisti leggendari, trasmettono la loro mania di grandezza agli esponenti della Nuova Scuola Romana, Bianchi, Ceccobelli, Pizzi Cannella, Nunzio, Gallo, Dessì, Tirelli, etc.?

Luciano Malgioglio voleva infatti che anche il figlio maschio facesse il medico, ma era riuscito appena a fargli frequentare un Istituto odontecnico, dove, coltivando una sua tendenza naturale, spendeva il tempo nel disegno,  a disegnare carie, ponti, protesi, i piccoli misteri della bocca.

E’ da questo oscuro e insolito apprendistato che nasce il pittore, quale è oggi Giampiero, il quale però, se non segue il consiglio del padre di abbracciare la professione medica, è dal padre che eredita la passione per lo sport. E, una volta passato dal disegno alla pittura, tralascia gli oggetti comuni per concentrare il suo interesse sui personaggi che popolano la su immaginazione giovanile, ossia sui campioni del gioco del calcio, realizzando una serie di ritratti di questi eroi mitici del mondo contemporaneo.

Racconta: “Un osservatore per il settore giovanile della Roma e del Catania, Alessandro Felice, vide i miei ritratti e mi allestì una mostra in un circolo sportivo della città siciliana. Fra gli altri venne a visitarla il calciatore romano Christian Silvestri, che allora giocava con il Catania.

Comprò uno dei ritratti e mi regalò una sua maglietta, la maglietta bianca e azzurra del Catania.Tornato a Roma, gli feci un ritratto mentre batteva un fallo laterale nella partita Inter-Catania. Mentre glielo facevo, la sua maglietta cadde per puro caso su una tela. La installai sulla tela e la trasformai in pittura, impiegando i colori bruciati con gli acidi che, per effetto delle reazioni chimiche, si riempiono di combustioni, crepe, crepacci, rilievi, concrezioni, avvallamenti, ombre, atmosfere, sfumature corrusche, e la pittura si tramuta in scultura”.

-Queste tecniche le ha apprese da Burri?

“Burri è l’artista che più amo, le bruciature dei suoi quadri mi colpirono sin dalla prima volta che che vidi, ma la tecnica di bruciare i colori con gli acidi è mia. Quando io ero ragazzo, Burri era tutt’altro che amato. Fu presentato contro i suoi sacchi addirittura una interrogazione in Parlamento. Lessi un articolo in cui si diceva che le bruciature dei suoi quadri erano un ricordo delle sue esperienze di medico chirurgo. Non ricordo di chi era quell’articolo, ma Burri non aveva mai fatto il medico”.

-L’articolo era di Antonio Pinelli, che è uno storico serio, ma si era sbagliato. Burri voleva andare a  curare i lebbrosi in Africa. L’uso e il trattamento delle  materie più varie era una sua invenzione. Nei primi anni Cinquanta anche Rauchemberg era andato nel suo studio romano a vedere quello che faceva. Alcuni critici, come Germano Celant, lo negano, ma era stato lo stesso Rauschenberg ad ammetterlo Quando Burri fece una mostra da Betty Parson, la gallerista newyorkese della quale si diceva che fosse l’amante di Greta Garbo, Rauschenberg fotografò tutti i quadri e gli mandò le foto a Roma.

“Burri è per me un genio”.

-Da quello che ha detto della sua prima maglietta dipinta, si direbbe che anche lei, come Bacon e come Schifano, dia una grande importanza al caso nell’arte e nella vita. “Assolutamente. Per me la vita non è che un puzzle, ossia una concatenazione enigmatica di casi, che io chiamo ‘incastri di vita’, positivi e negativi. Anche le mie sculture sono dei puzzle, tutte lavorate a mano, in plexiglas. Io unisco l’informale alla installazione, ma do soprattutto importanza al movimento”.

-Sinora gli “incastri di vita” che le sono capitati erano più positivi o più negativi?

“Positivi e negativi, sia nell’arte che nella vita. Ma me n’è capitato uno straordinariamente positivo.

Quale, se non sono indiscreto?

“La conoscenza di Francesca De Nicola, la donna meravigliosa con la quale vivo e che mi ha dato una bambina stupenda, Beatrice, che ha appena sei mesi”.

-Dove l’ha conosciuta?

“In casa di Vittorio Sgarbi, a Palazzo Massimo, quattro anni fa. Lo stilista Marco Coretti, che conoscevo da molti anni, mi aveva chiesto se volevo far vedere i miei quadri a Sgarbi. Naturalmente, dissi di sì, ero felice che Sgarbi vedesse quel che facevo, e andai da lui con Marco portando con me cinque dei miei quadri astratti, cinque bruciature. C’era un pò di gente.

C’era Samanta  de Grenè, che stava intervistando Sgarbi per un settimanale e che poi citò nel suo articolo anche me. Sgarbi disse bene dei miei quadri e ne volle uno. Francesca De Nicola, che è una penalista, era stata invitata da Marco Coretti, del quale cura li interessi come legale. Più tardi salutammo Sgarbi e andammo a cena al Caminetto.Per farla breve, da cosa nasce cose, come suol dirsi”.

-Vi innamoraste subito?

“Giudichi lei, se da quella sera incominciammo a vederci e dopo qualche tempo andai a vivere con lei a Terni. Francesca ha avuto una grande influenza su di me, non solo sul piano umano ma anche come pittore. E’ una donna colta e ha una piccola collezione. Fra i suoi quadri c’erano un multiplo di Arman e un piccolo Dorazio, due degli artisti che più amo. Era un segnale, no?”

-Quando Raf Vallone interpretava a Parigi Uno guardo dal ponte di Miller, Marlene Dietrich gli fece una corte spietata ma l’attore fece sempre finta di non accorgesene. Io gli chiesi come aveva fatto a resistere al fascino d’una donna come l’interprete dell’Angelo Azzurro.

“L’attrazione fra due esseri umani è una cosa misteriosa”, mi rispose.

“Aveva ragione”.

-Ora torniamo a Schifano. Io lo conoscevo bene e posso dire che gli “incastri di vita” che gli erano capitati erano tutto sommato più negativi che positivi, soprattutto per l’uso della droga. Anche lei fa uso di droga?

“Io ammiro in tutto e per tutto Schifano, meno che per questo aspetto della sua vita”.

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Giampiero Malgioglio ha ora dinanzi a sé un programma affascinante..

Ha fatto sinora i ritratti o le magliette di Silvestri, Totti, Del Piero ( ne ha fatto anche delle litografie ritoccate a mano, quindi l’una diversa dall’altra), De Rossi, Seedorf, Aquilani ( gli ha mandato una sua maglietta da Liverpool), Del Vecchio, ma deve farne di molti altri campioni o fuoriclasse, Cristiano Ronaldo, Rooney, Messi, Drogba, Kakà, Ibraimovic, etc, etc. Crescono di giorno in giorno i calciatori che vogliono essere ritratti da lui o che gli mandano le loro magliette.

Aspetta che gli mandi una maglietta anche Gerard, che considera, insieme a De Rossi, uno dei migliori centrocampisti del mondo. Deve inoltre fare le tute di Fisichella, di Simone Corsi e di altri piloti di formula uno.

-L’ha conosciuto Schifano?

“Lo vedevo di tanto in tanto in giro o alla televisione, ma sono stato nel suo studio soltanto una o due volte”.

E’ assurdo dire di Giampiero Malgioglio che è il nuovo Schifano, ma si può dire con certezza che ha talento.

“Io avrei potuto pulirgli appena i pennelli, Schifano era un grande pittore, l’ultimo pittore romantico, l’ultimo pittore maledetto italiano”, dice.