GIAMPIERO MALGIOGLIO

“…I colori sono degli esseri viventi, degli individui molto evoluti che si integrano con noi e con tutto il mondo. I colori sono i veri abitanti dello spazio.”
Sono queste le parole con cui Yves Klein, protagonista indiscusso del Color-field, corrente americana degli anni ’50, definisce la sua passione per i monocromi. Con la loro raffinata astrattezza, miravano ad indagare la serena, quanto delirante, compostezza di quel profondissimo blu, che il pittore tanto amava.

Potrebbe essere proprio la lirica di questa frase a definire l’armonia del colore che si propaga, dilagando, dalle ultime tele di Giampiero Malgioglio. Una cifra stilistica ben lontana da quella delle opere precedenti, energiche composizioni dall’originalissimo connubio, tra il più istintivo actionpainting e il protagonismo di originali elementi sportivi.

Ora, il vero soggetto delle tele alberga nella profonda, quanto magica, indagine del colore.
Proprio così, è assente ogni tipo di figurazione.
L’esplodere di questo originale carattere, prettamente monocromatico e minimalista, spalanca all’artista le porte dell’arte concettuale.

Un cammino intellettualistico, anziché dichiaratamente estetico.
Oserei dire “puro”. Si, puro. Ma scopertamente provocatorio.
Equilibrati monocromi, giocati su un medesimo tono, affidano a minime variazioni di luce, lo scopo di suscitare quell’intima e profonda relazione che dal colore approda direttamente alla testa.
E da questa, giù, dritta al cuore.
Le tele di Malgioglio vivono, ora, di una pittura controllata, intellettualistica, ma non per questo meno studiata. Ci ricorda quella di Rothko, il cui colore non si prefiggeva altra finalità, che manifestare sé stesso. Come in Rothko, le cui forme andarono annullandosi sino al completo protagonismo della colore, anche gli Achrome di Manzoni ed i profondi, quanto drammatici,

Monochromes di Klein, hanno ricercato il medesimo scopo, ovvero l’acquisizione di un valore emotivo, attraverso l’osmosi tra cromia ed emozione.
E’ con questi artisti che il colore acquista vita autonoma, azzarderei “umana”, dalla profonda istanza antropomorfa. Imponendosi con forza, campeggia al centro delle tele, scevre di ogni figurazione, ogni ricerca segnica.

Ci confrontiamo con un Malgioglio intento a sperimentare questa tendenza espressiva. L’artista, in queste tele, ha accantonato l’elemento decorativo.
Vengono soppressi, al momento, scarpini e maglie: la cromia esplode.
E’ pura energia. E’magica seduzione.

Lontani dalle sensazioni scattanti e fulminee, ci imbattiamo, in queste opere, in un’equilibrata ed immobile stasi, che ci trasporta pacatamente in un’altra dimensione.
Le larghe campiture di colore sono popolate di finissima graniglia, alla quale si ancorano, come cadute da chissà quale galassia lontana, perfetti ovoidali e minuscole sfere. Alcune appaiono schiacciate, forse da quella stessa forza che le ha fatte precipitare sulla terra.

Minuti eroi contemporanei tentano di farsi strada, aggrappandosi, ad un suolo gretto e informe che li atterra e li schiaccia con la forza stessa del colore. Il gioco di accennati controluce, non fa che amplificare questo gesto.
Ebbene, siamo partecipi ad un processo di straniamento. Siamo parte integrante di quel favoloso universo, tutto bianco, nero, rosso o blu.

E’ l’energia scaturita dal colore che conduce lo spettatore in una dimensione altra.
Sono tele mentali. Si tratta di arte “psicologica”.
Questa è la magia, quanto (ahimè!) il motivo della tardiva accettazione dell’arte astratto-concettuale in Europa. Lo scarto emotivo, la potenza della luce, l’arte intellettualistica, distano anni luce dalla tradizionale pittura italiana di stampo accademico, a cui il nostro paese a stento riesce ancora oggi a distaccarsi.

Perché è proprio l’annullamento della forma, che risolve in maniera immediata il conflitto tra immagine e astrazione, la prepotente oscillazione tra figura e significato, tra la sfera del visibile e dell’invisibile. In altre parole, non vi è ostacolo tra ciò che vedo e ciò che sento.
I monocromi di Malgioglio, a tal proposito, esprimono senza mezzi termini la volontaria rinuncia al disegno, si nutrono di una semplificazione che lascia emergere la sola e scalpitante energia cromatica.

Perché il sentimento che un’opera provoca, non ha un’immagine precisa, così come non ha un contorno, non ha nome o un qualche segno che lo definisca.
La tela diventa lo spazio di una serena concentrazione emotiva, di un equilibro ordinato ed armonico, ma allo stesso tempo inquieto e pronto ad esplodere.

Sì, ma ad esploderci dentro.

Giorgia Fischetti